Strumenti Per Progredire

I nostri gruppi utilizzano nei loro incontri il programma dei 12 passi, da noi adattato ai bisogni dei familiari di persone con disturbo psichico.

Abbiamo noi veramente accettato il fatto di non poter controllare il modo di agire degli altri? Siamo disposti ad andare oltre e ad ammettere che non abbiamo alcun potere sugli altri, ma solo su noi stessi?

Ci rendiamo conto che il malato ha un a sua personalità, che egli ha abitudini, caratteristiche e modi di reagire agli avvenimenti di ogni giorno che sono diversi dai nostri e da quelli degli altri?

Riusciamo a convincerci che queste caratteristiche sono il risultato dei suoi caratteri ereditari, della sua educazione, di tutte le esperienze ed i contatti avuti nella sua vita?

Ci rendiamo conto che ogni tentativo di cambiarlo può solo portare a un irrigidimento da parte sua, che si manifesta sotto forma di ostilità o di sordi risentimenti?

Vogliamo forse renderci responsabili di aver aumentato il suo già pesante senso di colpa?

Se ci rendiamo conto di tutto questo, come possiamo giustificare il nostro continuo criticare e condannare?

Non è forse nostro dovere superare i risentimenti dovuti al fatto cheè egli rifiuta di essere e di fare quello che voglio io?

Smetteremo di volerci imporre a Luii?

Ci ricorderemo sempre, ogni giorno, ora per ora, che non possiamo avere alcun potere sugli altri, che possiamo vivere solo la nostra vita e che questo e l’unico meno per ottenere tranquillità e serenità.

Terremo sempre presente che, cambiando noi stessi, possiamo appianare molte difficoltà, ottenere un riavvicinamento fra di noi e migliorare i nostri rapporti familiari?

Quando noi, familiari di persone con disagio psichico, abbiamo cominciato a frequentare il gruppo abbiamo ammesso la nostra impotenza nei due significati possibili. Siamo impotenti perché, per il fatto che chiediamo aiuto, accettiamo che tutti i nostri sforzi, da sempre, non hanno avuto successo; soprattutto ci rendiamo conto che l’incontro con la malattia mentale ha lasciato nel nostro mondo delle emozioni. tracce pesanti; il secondo significato incarna invece il riconoscimento liberatorio che il disturbo e la malattia del nostro familiare non sono stati causati da nostri comportamenti. Noi non siamo cattivi genitori, fratelli, mariti, mogli e non abbiamo colpe nella nascita della malattia, che ha origini e cause indipendenti da noi.

Certo, potremo essere stati ciechi e tardi di intelletto, poco sensibili, a volte distanti per mille ragioni…ma ora cerchiamo di fare del nostro meglio, riconoscendo che tutta la nostra vita è stata modificata dalla malattia, che i rapporti con i nostri amici e con i parenti sono stati condizionati da tale problema.

Abbiamo avuto vergogna e addirittura non chiedevamo aiuto perché avevamo paura della malattia mentale. Quindi la negavamo, soprattutto con il nostro malato, attribuendogli colpe inesistenti e mancanza di buona volontà.

Eravamo così ignoranti della malattia che proprio i nostri risentiti attacchi personali e le continue incomprensioni costituivano fonte di rapporti malati con tutti i membri della nostra famiglia. Anche i rapporti con chi doveva curare professionalmente i nostri cari erano inveleniti dalla pretesa che la guarigione fosse immediata, quasi meccanica, a richiesta. Invece abbiamo dovuto accettare che il nostro problema avrebbe avuto una soluzione, lenta, difficile e complicata, poiché non sempre le cure erano subito chiaramente individuabili.

E ciò non per incapacità dei professionisti e loro insensibilità o per l’inadeguatezza dei centri di salute mentale, ma per la struttura stessa della malattia mentale che richiede mille tentativi e approcci flessibili, ma soprattutto da parte nostra fiduciosa attesaepazienza. Unasperanzaragionevolequindi.

Riusciamo ad ammettere che molte delle cose che facevamo o dicevamo durante le manifestazioni della malattia erano sbagliate?

Siamo noi pronti a riconoscere che la condizione creata dalla malattia, con le sue delusioni, lotte, frustrazioni preoccupazioni economiche e ansie continue, ha effettivamente scosso il nostro equilibrio mentale?

Riusciamo ad accettare il fatto che, con le nostre sole forze, non siamo in grado di occuparci con saggezza e consapevolezza di tutti i problemi? 0 crediamo ancora di prendere sempre decisioni giuste su tutto?

Crediamo forse di essere gli unici a dover sopportare la tortura di avere un familiare malato?

Vediamo forse alla disperazione sentendoci imprigionati in una situazione di cui siamo insieme schiavi e sostegni?

Non d o b b i a m o da tutto ciò dedurre che abbiamo bisogno di aiuto per correggere le nostre idee e sviluppare una mentalità razionale?

Se ammettiamo di avere bisogno di aiuto per riacquistare il nostro equilibrio e ammettiamo che questo aiuto ci è indispensabile, allora come farebbe un bambino fiducioso ci rivolgeremo a Dio (come noi possiamo concepirlo),- E gli è sempre pronto ad aiutarci se solo sottoponiamo la nostra volontà umana al Suo volere e alla Sua saggezza.

Dopo il primo passo, con cui abbiamo chiesto aiuto, altre considerazioni sul disagio nostro e del nostro familiare ci obbligano ad accettare di dovere chiedere aiuto ad un potere più grande di noi per riportarci alla ragione.

Chi di noi ha una convinzione di vita sostanzialmente religiosa tenderà a rintracciare il potere più grande di noi nelle risposte che gli dà la sua fede, mentre chi ha una visione più laica ugualmente riconoscerà che solo una forza e una capacità superiori rispetto a quelli cui si affidato potranno aiutarci.

Un passaggio fondamentale di questo cammino è l’importanza di un atteggiamento umile, basato sulla consapevolezza di non avere personalmente competenze ed esperienza per modificare immediatamente e fortemente il mondo del nostro familiare. Inoltre, la coscienza di non essere proprietari di ricette risolutive, ci permette, se siamo onesti, di cominciare ad imparare, di cominciare anche a negoziare su un piano di cittadinanza attiva con le strutture sanitarie della salute mentale.

Questo passo, dal tono tranquillo, costituisce quindi un punto fermo; precedentemente abbiamo chiesto aiuto a tutti, assistenti sociali, psichiatri privati e personali oppure ci siamo rifiutati di farlo, per vergogna o per auto stigma, oppure ci siamo rassegnati e siamo sfiduciati, cadendo in un circolo vizioso che aumentava il nostro malessere e ci allontanava da tutti.

Chiedere aiuto ad un potere più grande di noi vuol dire ricominciare ad avere fiducia nelle associazioni e in persone più competenti, affidandosi ad esse, ricordandoci che ricercare aiuto è una nostra responsabilità, perché la scienza medica, le tecniche, la ricerca e la sperimentazione sono continue e chi di noi ha decenni di frequentazione delle strutture sanitarie ne può vedere i risultati, spesso confortanti. Certamente riprendere fiducia in istituzioni che non hanno risolto i nostri problemi è un processo difficoltoso e dobbiamo essere pronti ad accettare che possano non essere risolti. Non tutti i nostri malati avranno la fortuna della guarigione e come familiari dovremmo essere pronti ad accettare ciò cercando di non trasformare la nostra vita in un inferno.

Siamo pronti a prendere la decisione di cedere e di lasciare che Dio guidi la nostra vita?

Siamo pronti a non interferire in situazioni create da altri, qualsiasi cosa possa accadere? 0 continueremo ancora a volere affrontare tutti i nostri problemi per cercare di imporre le nostre soluzioni?

Ci rendiamo conto che stiamo affidando a Dio solo la nostra vita e i nostri problemi e non quelli di altre persone? Riusciremo ad imporci di non fare il padreterno nei confronti di nessuno bensì a lasciare che gli altri cerchino da soli la loro salvezza, come noi cerchiamo la nostra?

Sapremo guardarci dalla tendenza a prendere il sopravvento, cosi che i nostri modi di pensare e di agire non possano riportare confusione e disperazione nella nostra vita?

Cercheremo noi di esprimere la sua volontà attraverso tutte nostre azioni e le nostre parole con gli altri, e in particolare con il nostro malato, le cui sofferenze non possiamo né capire né condividere?

Abbiamo fatto del nostro meglio ma non abbiamo fatto abbastanza. Ora sappiamo che abbiamo bisogno di un Potere Superiore. Sappiamo che per avere questo aiuto dobbiamo solo accettarlo, rimettendoci alla sua volontà.

Una volta che noi abbiamo deciso di affidare la nostra vita a Dio, come noi possiamo concepirlo, sappiamo che dobbiamo eliminare dalla nostra mente e dal nostro cuore l’ansia per quello che potrà succedere e la vergogna e l’imbarazzo creati dal comportamento di altre persone. In tutte le nostre azioni cercheremo di riflettere quella luce e quella saggezza che ci verranno date per esserci affidati al Potere Superiore.

La conseguenza dei primi due passi, chiedere aiuto e ricorrere umilmente ad un potere più grande di noi, si manifesta nella formulazione del terzo passo. Siamo di fronte a due suggerimenti fondamentali conseguenti ad una decisione: compiere un atto di umiltà sottomettendo la nostra volontà e affidare la nostra vita ad un potere superiore.

Il primo di questi suggerimenti suscita spesso un sentimento di rivolta; siamo stati educati e spinti a comportarci in modo da affermare la nostra volontà, negli affari e nella vita in genere, ed ora proprio nel settore che più ci coinvolge emotivamente, ci viene suggerito di fare un passo indietro e se, siamo coscienti delle sconfitte finora subite, prenderne atto e smetterla di voler pretendere la guarigione e di non avere problemi familiari.

Se riconosciamo di avere lungamente sbagliato, convinti di trovare obbligatoriamente al primo tentativo una soluzione automatica al malessere del nostro familiare e alla nostra insoddisfazione, allora rifugiamoci per trovare un minimo di serenità, secondo le nostre convinzioni, nei suggerimenti di questo programma, pieno di buon senso.

Solo un potere superiore, medico o religioso, filosofico o comportamentale, può aiutarci a fronteggiare i difficili problemi della convivenza comune all’interno e all’esterno della famiglia, con una persona disagiata mentalmente. Tocca ad ognuno di noi fare la propria ricerca.

Riconoscendo di essere in parte responsabile per la nostra infelice situazione ci domandiamo:

Ci siamo abbandonati a risentimenti?

Siamo per caso vittima deli ‘autocommiserazione che acuisce la sofferenza ingigantendola nella mente?
Non critichiamo e condanniamo forse?

Ci dedichiamo ai nostri doveri: il lavoro, la casa, la famiglia, il miglioramento di noi stessi?

Cerchiamo forse di assumere responsabilità che sono di un altro, o lo copriamo di vituperi per far sapere a tutti quanto noi siamo da compatire o magari perché abbiamo paura della condanna di amici e parenti e dei vicini di casa?

Puniamo e ci vendichiamo per torti che sono reali o per torti che sono

immaginari?

Esponiamo il nostro familiare malato al disprezzo degli altri, parlando dei suoi difetti?

Cediamo al fatalismo, assumendo l’atteggiamento scoraggiato del “t a n t o a che serve? “

Tentiamo per proteggere il nostro malato? Sfoghiamo le nostre frustrazioni sui nostri cari?

Ci lasciamo andare a riflettere sui difetti del nostro malato, invece di pensare ai nostri. Riusciremo a salvaguardare la nostra dignità e quei doni che sono il diritto naturale di ogni creatura dii Dio?

Giorno per giorno, cercheremo di superare i nostri difetti ed i nostri errori, consci che questo modo di pensare, di agire e di parlare può avvicinarci verso la soluzione dei nostri problemi.

Vorrei parlare finalmente del IV° passo che spesso non riusciamo ad affrontare completamente durante le riunioni, travolti dall’ondata di emozioni delle condivisioni.

Possiamo anche chiederci perché dovremmo, proprio noi, fare un *esame profondo e coraggioso di noi stessi”. se proprio il primo passo ci scagiona a causa della nostra impotenza dall’avere causato la malattia del nostro congiunto.

Vero! Ma proprio perché non l’“abbiamo causata è nostra responsabilità non aggravarla” e curare le condizioni “sistemiche” per il nostro recupero personale o per ogni forma possibile di ‘’recovery” della persona affidata alle nostre cure, di cui sentiamo la responsabilità.

Infatti, se io conosco me stesso, potrò comprendere meglio i miei comportamenti e il sistema di relazioni familiari nelle quali sono immerso.

Dovremmo finalmente prendere la decisione ed avere il coraggio di farlo veramente questo benedetto IV° passo, non solo leggerlo durante la serata di gruppo, farlo con calma, come quando inizio una cura ortopedica a base di massaggi e ginnastica, una disciplina della mente e di me stesso. Niente interventi miracolosi ma una lunga e sofferma riabilitazione.

Tutti i giorni dovrò trovare, un poco alla volta, uno spazio per me stesso, come quando la mattina una cara amica del gruppo dà il saluto al sole, tutti i giorni.

Quindi prendete o riprendete in mano il vostro quaderno, tirate una riga in mezzo alla prima pagina, dall’alto in basso, a destra mettete un e a sinistra un — poi cominciate a una “lenta” analisi del vostro carattere o degli aspetti di esso che più vi sembrano importanti, aspetti che vi creano problemi o che, al contrario, vi soddisfano e che ritenete una vostra forza o qualità.

Per esempio, qualcuno potrà essere legittimamente soddisfatto per come, da sola, ha reagito ad un improvviso vuoto familiare. ma nondimeno sta soffrendo una situazione in cui non riesce a fare partecipare “con convinzione” il proprio familiare ad un programma di cura.

Capiamo l’importanza di riconoscere i nostri difetti in privato, quando meditiamo e ci rivolgiamo a Dio, e apertamente ad un ‘altra persona che rispettiamo e a cui possiamo affidare le nostre confìdenze?

Che difficoltà dovremmo avere ad ammettere che con siamo perfetti, sapendo che nessuno lo è?

Ci rendiamo conto che mettere in atto questo passo ci aiuterà ad individuare e a porre rimedio ai nostri difetti?

Ammettere i nostri difetti solamente di fonte a noi stessi ci darebbe in realtà la possibilità di giustificare e di non far niente di costruttivo per rimediarvi. Questo passo è quindi indispensabile se vogliamo cercare di migliorare noi stessi.

Riusciamo a capire q u a l e benefico sollievo trarremmo dal riconoscere sinceramente i nostri difetti?

Tendendo al miglioramento di noi stessi, le difficoltà che sfuggono al nostro controllo si appianeranno da sole.

Capiamo l’importanza di riconoscere i nostri difetti in privato, quando meditiamo e ci rivolgiamo a Dio, e apertamente ad un ‘altra persona che rispettiamo e a cui possiamo affidare le nostre confìdenze?

Che difficoltà dovremmo avere ad ammettere che con siamo perfetti, sapendo che nessuno lo è?

Ci rendiamo conto che mettere in atto questo passo ci aiuterà ad individuare e a porre rimedio ai nostri difetti?

Ammettere i nostri difetti solamente di fonte a noi stessi ci darebbe in realtà la possibilità di giustificare e di non far niente di costruttivo per rimediarvi. Questo passo è quindi indispensabile se vogliamo cercare di migliorare noi stessi.

Riusciamo a capire quale benefico sollievo trarremmo dal riconoscere sinceramente i nostri difetti?

Tendendo al miglioramento di noi stessi, le difficoltà che sfuggono al nostro controllo si appianeranno da sole.

Siamo perciò giunti al V°. Esso ci suggerisce di esaminare, con un’altra persona che gode della nostra fiducia, la natura esatta dei nostri torti.

È un momento importante per il nostro itinerario spirituale, non spaventiamoci de1l’aggettivo, perché ci suggerisce due atteggiamenti e comportamenti insoliti nella vita quotidiana, fatta di lavoro, interessi e contrasti, escluso il momento il gruppo.

Uno è quello di scegliere, individuare, una persona cui dare la nostra fiducia e il secondo di confidarsi con essa, aprire il cuore: parlare di se stessi ad un’altra persona che sa, perché glielo hai chiesto, che stai facendo con lei il V passo.

Appare evidente qui il contributo e 1’influenza della tecnica psicoanalitica e dell’uso del colloquio psicologico: i membri del Gruppo non sono psicologi o psicoterapeuti ma sono esperti di vita, hanno un sapere esperienziale che li qualifica.

Noi siamo stati costretti dallo stile di vita cui la malattia familiare del disturbo psichico ci ha condotto ad evitare accenni a terze persone e a tenere per noi, a non rivelare niente “in giro” dei nostri problemi, oppressi come siamo da un immotivato senso di colpa e inadeguatezza. Siamo stati i primi autori dello stigma verso i nostri malati e la nostra famiglia.

Questo nostro atteggiamento ci ha portato ad un ritiro interiore, ad una fuga dai rapporti con gli altri e tendiamo, perciò, inconsciamente e senza rendercene conto ad evitare le occasioni di incontro, le feste, il rapportarsi all’esterno, perché sempre il confronto e la disuguaglianza appare lampante e dolorosa.

Il gruppo è il primo luogo di rottura di questo sistema vizioso ” è il momento dell’apertura e richiede il dialogo e 1’asco1to”.

E’ importante analizzare e capire se stessi (IV° passo) ma se non mi confronto con un amico, con una persona attenta a e disponibile, il mio IVOpasso, non è produttivo.

Continua ad essere un atteggiamento di approfondimento. ma non si trasforma in un atteggiamento di espansione attiva.

Devo muovermi, andare avanti di un passo e parlare di me con una persona che gode della mia fiducia e a cui ho chiesto di fare il V° passo.

Ci rendiamo conto che i nostri difetti di carattere potranno essere più facilmente eliminati se riusciremo a sostituirli con atteggiamenti ed azioni sani e costruttivi?

Dio non elimina un difetto per creare un vuoto, ma per far posto ai suoi doni: amore, bontà tolleranza.

Quando ci sorprendiamo a criticare “qualche cosa che qualcuno ha fatto ” non saremmo forse poi soddisfatti di noi stessi se scacciassimo qnel pensiero, sostituendolo con un apprezzamento per quanto c ’è di buono in quella stessa persona?

Non comprendiamo, nel profondo del nostro cuore, che potremmo ricevere il bene che Egli ci offre se la nostra ostinazione non ci spingesse ad opporci.

Non sappiano forse che le parole “accettare senza riserve“ implicano una sottomissione totale alla Sua volontà?

Ci rendiamo conto che questa sottomissione non costituisce una nostra debolezza,ma é forzacheaccresceràinnoicoraggioefiducia?

Nell’umiltà della resa ritroviamo noi stessi e riusciamo anche a distinguere le buone qualità che Dio ci ha donato.

Qualsiasi miglioramento deve nascere da un minimo di fiducia in noi stessi e questo si differenzia dalla vanità e dall’orgoglio come il g i orno e la notte. Dobbiamo anche riconoscere che la mancanza di fiducia e il disprezzo di noi stessi sono difetti di carattere che ostacolano la nostra crescita spirituale.

Cari amici, dopo aver fatto i1 V° passo, parlando con una persona di cui ci fidiamo, noi familiari di persone con disturbi mentali dobbiamo affrontare il sesto passo: diciamo affrontare perché niente è facile in questo percorso, e bisogna lavorare. Questo passo, che sembra *tranquillo” ei chiede se abbiamo raggiunto alcune tappe:

  • Accettare: a parte il concetto iniziale e fondamentale di accettazione della malattia e di tutte le sue conseguenze, questo momento identifica uno stato d’animo nostro, di noi familiari, quel momento cioè in cui ci siamo resi conto di avere bisogno di un reset del nostro carattere e dei comportamenti che ne derivano. Accettare vuol dire che non abbiamo rivalse o pretese per i nostri comportamenti errati, dipendenti dai nostri difetti cioè accettiamo…

  • .. ..senza riserve. Niente scuse frenanti, niente “ Sì, ma…però.. . Ovviamente c’è la comprensione delle motivazioni dei nostri errori e comportamenti sbagliati. sappiamo perdonarci e abbiamo coscienza di essere dei ” bischerotti” ma, se vogliamo migliorare gli aspetti che ci impediscono di essere più aperti e tolleranti, non possiamo trovare scuse. Quindi niente muri difensivi che impediscano il nostro miglioramento: senza riserve vuol dire che ho identificato un problema e che ho capito che è micidiale per me e vorrei eliminarlo o ridurlo.

  • Ancora il passo ci riporta alla dimensione dell’umiltà suggerendoci di lasciare che Dio elimini questi difetti del nostro carattere. Ancora appare la validità universale, spirituale e psicologica di questi passi: il concetto di sottomissione totale a “ Dio, così come tu puoi concepirlo’ si accorda infatti perfettamente con altre visioni spirituali come quella islamica, mentre la coscienza che solo questo potere può cambiarci ha origini luterane. Anche una interpretazione laica di questo passo ci dice infatti che il nostro carattere potrà cambiare e i nostri difetti migliorare solo se ci sottoporremo allo stile di vita e ai valori spirituali di questo programma. Se cioè sapremo, in concreto e nei nostri casi individuali, capire cos’è la tolleranza applicandola nei comportamenti col nostro malato.

Siamo realmente pronti a lasciare che i nostri difetti vengano eliminati, o rimaniamo tenacemente attaccati a quelli che preferiamo e che riteniamo giustificati dalle circostanze?

Non sappiamo forse che essi non potranno essere eliminati se noi non siamo veramente determinati a farlo e che fino a quando avremo delle riserve mentali, sia pure inconsce, non potremo essere aiutati a raggiungere una vita piena e serena?

Siamo arrivati ad essere veramente umili?

Desideriamo veramente dal profondo del nostro cuore imparare a vivere nella luce o é solo la nostra mente ad essere pronta?

Riconosciamo che questo passo, dal tono sereno e tranquillo, è invece uno strumento poderoso che può cambiare la nostra vita?

Quando impareremo a servircene?

L ‘umiltà è fondamentalmente nella realizzazione di un rapporto con il nostro potere Superiore. Con l’umiltà noi accettiamo i nostri limiti umani, mentre impariamo a conoscere i benefici illimitati che provengono dalla nostra nuova relazione con il Potere Superiore che chiamiamo Dio (se vogliamo).

Il settimo passo è un tutt’uno con il sesto.

Se prima avevamo accettato, senza riserve, di aver bisogno di cambiare alcuni aspetti delnostrocarattere,oracirendiamocontochedobbiamoaspettarecon tranquillae forte pazienza di porre rimedio alle nostre insufficienze.

La parola umilmente è al centro di questo passo perché indica una disposizione d’animo non di orgogliosa volontà di cambiare aspetti del nostro carattere in fretta, in modo quasi miracoloso, o chirurgico o velocemente tecnologico, ma accetta che il cambiamento dei nostri difetti ed insufficienze, sia graduale, consapevole, effettuato un difetto alla volta, aiutati dal potere superiore, come posso concepirlo, cui mi rivolgo intimamente.

Quindi frequentando il gruppo, che può essere inteso come una forma di potere superiore, o cercando di applicare le parti del programma per cui mi sento pronto, io sto cercando di ” umilmente di porre rimedio alle mie insufficienze”.

Esaminando le ingiustizie che abbiamo fatto a danno di altre persone, troviamo qualche elemento indicativo che riveli un difetto di carattere da correggere? Una tendenza al pettegolezzo, alla critica oppure un’aggressività fonte di malintesi, una irascibilità che ci fa dire cose le cui conseguenze non abbiamo valutato?

Consideriamo questo passo come una dichiarazione della nostra responsabilità, uno spunto per riflettere che ora siamo abbastanza forti per poter riparare i torti che abbiamo fatto agli altri?

Non dovremmo forse considerarlo come una occasione per risarcire gli altri e liberarci da quel complesso di colpa che permane e che ancora ci inquieta?

Non siamo forse ansiosi di Sollevare i’l capo e dire “ho fatto il mio dovere “?

Se la volontà di riparare il male fatto è così importante per noi e per la nostra serenità, perché esitare?

Dobbiamo dire a noi stessi che “desideriamo riparare il male fatto” ma, più ancora, vogliamo imparare ad essere tolleranti e generosi nel valutare gli altri e rispettare i loro sentimenti e le loro debolezze.

In questo passo, non facile, può accadere inizialmente lo stesso fenomeno che accade quando si dà il via al IV passo: come nel nostro carattere non si rintracciano difetti e qualità evidenti, così non ci pare di aver mai fatto dei torti a qualcuno.

Mai reagito stizzosamente, mai vendicatici di un torto che abbiamo ritenuto di aver subito. sempre pieni di comprensione e affetto, mai abbiamo voluto far capire agli altri come eliminare i loro difetti, mai abbiamo prevaricato qualcuno per un nostro interesse?

Come familiari di persone disagiate il primo soggetto con cui abbiamo avuto una relazione difficile è il nostro familiare problematico, con cui abbiamo dovuto rapportarci e che, molto spesso, non abbiamo riconosciuto come malato, maltrattandolo, reagendo rabbiosamente nei suoi riguardi, non accettando che i suoi comportamenti irritanti erano l’effetto di una malattia. Abbiamo spesso confuso prevaricazione e mancanza di rispetto con fermezza e decisione, abbiamo ritenuto che agli effetti spesso debilitanti dei farmaci, fossero invece difetti del loro comportamento, incolpandoli di pigrizia e malavoglia. Come potevo pretendere che andassero a 100 all’ora quando lo scopo dei farmaci era proprio rallentarli?

Rimediare vuol dire soprattutto non dire ma fare quello che diciamo.

Come potremmo ricominciare daccapo senza aver prima individuato i nostri errori di ieri, per rimediare ad essi nel modo migliore?

Non ci rendiamo dunque conto che liberarci d a l senso di colpa per il male che abbiamo fatto agli altri costituisce per noi una terapia completa e fondamentale?

Non dovremmo cominciare col fare ammenda verso i nostri familiari e modo particolare verso il nostro malato, specialmente per la nostra mancanza di pazienza, i rimproveri e le critiche, dovuti alla nostra stessa confusione e al nostro nervosismo?

Se ci siamo allontanati da amici e parenti, non sarebbe questo il momento adatto per colmare questo divario riavvicinandosi amichevolmente, senza riserve mentali e senza voler attribuire a nessuno la colpa dell’accaduto?

Non saremmo forse largamente ricompensati da altrettanta serenità e pace mentale, se riconoscessimo con umiltà qualsiasi errore abbiamo potuto commettere e se cercassimo di ripararvi in modo completo?

Prima di cominciare a fare ammenda dobbiamo essere sicuri che non vi sia in noi alcun strascico di risentimento o di acredine, altrimenti qualsiasi passo noi muovessimo in quella direzione sarebbe privo di significato.

Dobbiamo ricordare che la ‘ragione per cui si fa ammenda è quella di liberarsi dall’inquietudine. È inutile rivangare i fatti nei particolari per stabilire chi è in difetto.

Abbiamo fatto direttamente ammenda verso queste persone , quando possibile, salvo nei casi in cui questo avrebbe potuto recare danno a loro o ad altri.

Individuate le persone cui abbiamo fatto del male, abbiamo posto rimedio con ammenda non vuol dire solo chiedere scusa ma “ riparare al male fatto”.

Quindi abbiamo cominciato a non essere aggressivi coi nostri malati, c a non pretendere da loro quello che non possono darci, a non aggredirli quando i loro comportamenti ci sembrano una sfida personale, quando pare che ciprendanoingiro”.

Soprattutto accetteremo che, anche quando tali comportamenti siano obbiettivamente sfidanti, essi siano l’espressione della malattia mentale.

Quindi ci attesteremo su un’attesa informata e paziente, finchè la tempesta sarà diminuita.

In questo settore niente è meccanico o automatico, ma abbiamo imparato che possiamo chiedere aiuto, che possiamo chiedere l’intevento degli amici dei gruppi di auto aiuto e che le stesse strutture possono essere più umane e compre soprattutto devo ricordarmi, serenamente, che anche io sono turbato e frastornato, che questa mia condizione può avere creato incomprensioni. non solo con il malato ma anche con tutte le persone cui sono in contatto. Quindi ho cercato di rimedio al male fatto. E l’ho fatto!

Riflettiamo ogni giorno sulle cose che non avremmo dovuto fare e non avremmo dovuto dire e che ci pentiamo dì aver fatto o detto?

Questo inventario giornaliero ci serve per imparare, in modo che ogni giorno sia per noi un passo avanti rispetto al giorno precedente?

Non cercheremo forse di fare giudizi basati esclusivamente sul nostro punto di vista, che può anche essere sbagliato?

Ci rendiamo conto che fare un esame personale significa fare un inventario solamente nostro e non quello del nostro malato o di qualcun altro?

In questa analisi di noi stessi teniamo conto anche di ciò che c’è di positivo in noi, ricordando quaIche atto significativo compiuto per aiutare qualcuno o magari la comprensione che ho avuto per gli errori degli altri?

Scopriremo ben presto che vale la pena di pagare, per la serenità del mio spirito, un così piccolo tributo quale può essere un atteggiamento continuamentevigile.

Perciò importante trovare ogni giorno un momento adatto per riflettere e tornare col pensiero ai fatti della giornata.

Noi abbiamo continuato a fare il nostro inventario personale e quando ci siamo trovatì in torto lo abbiamo ammesso senza esitare.

Avviandoci allaconclusionedelnostroprocessodirecuperocivienesuggerito,per mantenere il nostro equilibrio e se abbiamo avuto la fortuna di averlo recuperato. di continuare a fare il nostro inventario personale.

Nella pratica la concretezza di questo programma ha due punti base fatti di onestà e comportamenti conseguenti: stiamo attenti tutti i giorni a quello che facciamo chiedendoci se esso è conseguente alle nostre considerazioni o se stiamo nuovamente attribuendo sempre agli altri la nascita dei nostri problemi.

La capacità che abbiamo sviluppato di esaminare i nostri comportamenti, analizzandone le motivazioni, senza ricercare scusanti autoassolutorie, è un grande strumento che ci può dare tranquillità. Se saremo onesti con noi stessi, ammettendo anche i nostri errori, potremo sviluppare meglio le qualità che abbiamo rintracciato, come per esempio la capacità di comprendere e sopportare, ed evitare atteggiamenti polemici e risentiti.

Insomma non possiamo ritenere di essere già arrivati in fondo, perché questo cammino è un processo di accertamento e miglioramento continuo, di attenzione e preparazione alle possibili nostre ricadute. Una terapia attiva e coinvolgente di presenza nei gruppi e nelle associazioni, di rapporti ricostruiti e non risentiti. di accettazione responsabile dei disagi ancora presenti sia del nostro familiare che nostri.

Come possiamo dubitare che la preghiera e la meditazione non ci siano di aiuto?

Preghiamo solamente per ottenere ulteriori benefici pratici e materiali, e la soluzione dei problemi personali, o semplicemente perché la mano di Dio guidi le nostre scelte?

Ci siamo resi conto che la meditazione può portarci, attraverso l’ispirazione a cui abbiamo aperto la mente, a soluzioni che altrimenti non avremmo mai potuto concepire?

0 crediamo che la preghiera e la meditazione non servano a niente solo perché non abbiamo ottenuto quello che volevano?

Ci rendiamo conto che ”la conoscenza della volontà di Dio“ giunge a noi solo quando ci arrendiamo completamente a Lui?

Ci siamo forse limitati a pregare per la guarigione del nostro malato ed a meditare sui suoi difetti, mantenendo cosi la nostra preghiera e la nostra meditazione ad un livello tale per cui niente può cambiare in noi?

Dobbiamo sempre cercare di avere il tempo per farlo. Diversamente ci priveremo di un aiuto prezioso.

Abbiamo cercato, con la preghiera e la meditazione, di intensificare il nostro contatto cosciente con Dio, così come noi possiamo concepirlo, chiedendogli solo di farci conoscere la sua volontà e di darci la forza di eseguirla.

Sempre di più ci rendiamo conto che il cammino dei 12 passi ci *chiede” un impegno disciplinato, “straordinario e continuo”, attuabile partendo da impostazioni e interpretazioni individuali derivanti dalla visione del mondo di ognuno di noi.

In questo commento l’attenzione è centrata e modulata secondo una interpretazione ‘ laica”poichéessaèspessoassentedalleusualiinterpretazionidei12passi

Prima di tutto il verbo usato “ cercato” chiarisce che per tutti si è trattato e si tratta di un tentativo, di uno sforzo. Essere coerenti con quanto pensiamo e con i nostri principi costa fatica, non permette di essere lassisti e ci obbliga a ripercorrere sempre le ragioni delle nostre decisioni e del nostro sentire.

Quindi, pregare, anche e soprattutto in senso laico, per noi familiari di persone con disagio mentale, vuol dire continuare a ripeterci come un mantra che da soli siamo impotenti, che dobbiamo chiedere aiuto, in modo flessibile e intelligente. a tutte !e formepositivedipoteresuperioreconcui quotidianamenteentriamoincontatto e che dovremmo cercare di superare i nostri limiti caratteriali e relazionali per tenere viva la speranza di una “ migliore qualità di vita” dei nostri malati.

Ricercare un cammino di miglioramento è una forma di preghiera

La nostra preghiera viva è quindi, umilmente, continuare a relazionarci con gli operatori, i medici, i gruppi, seguire i corsi di aggiornamento e di formazi one.

Pregare e meditare sui banchi della “ vita”, non solo sui banchi di chiesa!

Possiamo definire il risveglio spirituale come la realizzazione interiore di valori spirituali e il risveglio di una percezione della nostra comunione con Dio.

Ci attendevamo forse che questo risveglio avvenisse in noi sotto forma di improvvisa rivelazione ed ora siamo delusi perché non è stato tcsi?

Desidero favorire questo risveglio, curandone il graduale sviluppo e traendone profitto quotidianamente?

Avendo capito di avere qualcosa da dare agli altri porteremo noi questa luce a quelli che ne hanno bisogno?

Ci rendiamo conto che aiutare gli altri, può fare più bene a noi che a loro? Che “portare il messaggio“ è un dovere che abbiamo verso noi stessi?

Dobbiamo tenere presente che, portando il messaggio, quello che facciamo è più importante di quello che diciamo.

Dobbiamo sempre guardarci dal diminuire l’efficacia dell’aiuto che possiamo portare esprimendoci sempre per mezzo di consigli. Sappiamo che non potremo mai immedesimarci nella realtà di un altro, tanto da potergli dire che cosa sia meglio fare.

 

Associazione Nessuno è un isola O.d.V.

Via Nella Berther 9/b – 25124, Brescia

Luogo di incontro

via Galileo Galilei 20 (stesso stabile Ospedale civile poliambulatori di via Biseo)-  25123 Brescia

ISCRITTA AL NUMERO DI REPERTORIO N.117491 RUNTS PRESSO MINISTERO POLITICHE SOCIALE E FAMIGLIA.